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La Commissione Europea ha stabilito che con il termine rifiuti del processo alimentare ci si riferisce ad “ogni sostanza commestibile, cruda o cotta, che viene scartata, o si intende scartare o è necessario scartare”.

I rifiuti del processo alimentare possono aver origine:

  • dall’agricoltura di autoconsumo, ovvero quando uno o più contadini crescono colture alimentari per soddisfare i propri bisogni e quelli delle loro famiglie;
  • dai processi industriali

È qui che si producono i maggiori volumi di rifiuti nel settore alimentare, a partire dalla raccolta fino alle fasi successive, legate alla lavorazione del cibo e poi alla vendita al dettaglio.

Ovviamente l’impatto che lo spreco di alimenti può avere sul settore inquinamento dipende molto dal Paese di riferimento: se in alcune realtà territoriali la quantità di scarti alimentari è davvero minima, in altre (come ad esempio gli Stati Uniti) è fonte di grande preoccupazione dal punto di vista sociale, ambientale ed economico. 

Secondo uno studio condotto dall’Università dell’Arizona, il 14 -15% del cibo commestibile americano rimane intatto nel suo confezionamento, e questo può essere quantificato in 43 miliardi di dollari di alimenti che vengono gettati seppur idonei al consumo.

Un altro grosso problema legato alla gestione dei rifiuti alimentari è quello degli imballaggi.

Poiché il cibo deve essere trasportato dalla fabbrica (o fattoria) al grossista, e da qui in poi entra nella vendita al dettaglio, deve essere sempre protetto con un apposito imballaggio. Questo serve a mantenere la freschezza e a preservare l’alimento dai danni durante il trasporto. Ma diventa fonte di rifiuti anche molto inquinanti (si pensi ad esempio alla quantità di plastica che viene utilizzata per realizzare i confezionamenti).

Se già la produzione di tali imballaggi è responsabile dell’effetto serra, del rilascio di metalli pesanti e di contaminanti tossici nell’ambiente, ancora più problematico è il loro smaltimento.

Gli scarti di cibo sono un problema per il nostro Pianeta

Anche il cibo vero e proprio (e non solo gli imballaggi) se gettato in discarica è inquinante.

I rifiuti alimentari, infatti, subiscono un processo di decomposizione anaerobica che causa:

  • cattivi odori, attirando parassiti e insetti, con tutte le conseguenze che ne derivano legate alla necessità di disinfestare l’ambiente;
  • rilascio di metano, un gas serra 25 volte più inquinante dell’anidride carbonica.

Per incentivare un riciclo alimentare efficace, la direttiva europea oggi invita a separare i rifiuti organici da quelli destinati alle discariche.

Ma non è solo un’aumentata consapevolezza da parte del consumatore finale che può fare la differenza. 

Se da una parte è fondamentale educare la popolazione ad acquistare solo il cibo effettivamente necessario – prestando attenzione alle scadenze, imparando a conservarlo correttamente e poi a differenziare i rifiuti – dall’altra parte è importante intervenire anche sull’intera catena di approvvigionamento.

Quale potrebbe essere la soluzione per ridurre lo spreco dei rifiuti alimentari?

Sono molte le aziende che si stanno avvicinando a un modello di economia circolare, un approccio idoneo a soddisfare le esigenze sia dell’impresa che della società. 

Con questo modello il settore alimentare potrebbe subire una svolta significativa, trasformandosi in un sistema autorigenerante anziché essere solo una fonte di impoverimento delle risorse. 

In questo modo ogni azienda potrebbe operare in vista di obiettivi importanti, quali:

  • maggior disponibilità di cibo per tutti;
  • abbassare le emissioni di gas e quindi ridurre l’effetto serra;
  • limitare lo sfruttamento delle risorse naturali;
  • aumentare il ritorno economico.

Ricordiamo infatti che la perdita di cibo non si verifica solo nei processi finali della catena, ma deve essere controllata e limitata in tutte le aree:

produzione (la perdita può verificarsi fin dall’inizio, per fattori ambientali e climatici avversi, problemi nella conformità, mancato rispetto degli standard richiesti dal mercato, ecc.); 

prima lavorazione e lavorazioni industriali;

distribuzione;

consumo domestico e ristorazione.

Se durante la lavorazione è fondamentale adeguare le tecnologie ed i processi per ridurre gli sprechi, è in fase di distribuzione che si può limitare di molto la produzione di scarti alimentari.

Ma come?

  • Adottando sistemi di distribuzione adeguati e conformi;
  • con le corrette previsioni delle richieste di mercato;
  • tramite una gestione controllata delle scorte;
  • sfruttando strategie di vendita efficaci e funzionali. 

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